Oramai otto anni fa, in una sera di maggio in pieno centro di Milano, ci fu una rapina dentro un tabaccaio, in piazzale Baracca. Non era la prima rapina che quel tabaccaio (grande bar, tabaccheria e botteghino di schedine varie) subiva. Ma quella sera reagì. Estrasse la pistola dal cassetto e, dopo aver sparato alcuni colpi nel locale già in chiusura, inseguì i banditi nella via affollatissima (le 7 di sera in quella zona di Milano sono ora di traffico) sparando loro alle spalle. Ne uccise uno e ferì l'altro.

Oggi si fa il processo d'appello, e il pg ha chiesto una condanna dura per il tabaccaio, considerando l'omicidio volontario. In effetti i due banditi erano in fuga, non lo minacciavano più. Quello che, ancora una volta, non si considera è che il tabaccaio sparò alcuni colpi (si dice tre, ma le cronache di allora parlano di molti di più) in mezzo alla folla, incurante dell'incolumità dei malcapitati che si trovavano a passare da quelle parti, uscendo dai posti di lavoro o dirigendosi nei negozi del quartiere per un acquisto.

Ovviamente alcune parti politiche trovarono edificante cavalcare l'episodio, per far da grancassa alla richiesta di possibilità di uso delle armi a propria difesa.

Riporto la lettera, oggi ripubblicata dal Corriere, della sorella del rapinatore ucciso. Una lettera di una dignità, e di un equilibrio che mai ho sentito nei nostri politici. Consiglio caldamente la lettura.

 

Come prima cosa voglio spiegare il perché abbia deciso di usare questa forma di comunicazione, per far conoscere il mio pensiero su quanto è accaduto in questi giorni intorno a me. Mi sono resa conto che sia giusto, per me, per mio fratello Alfredo e per quanti lo hanno conosciuto nel corso della sua, ormai finita, vita, far chiarezza su alcuni punti, ma senza per questo scendere con il mio viso e la mia figura nell' arena mediatica che si è creata intorno a quanto accaduto sabato scorso in via San Vittore. Mi sono resa conto che quanto successo ha creato le condizioni necessarie affinché si sviluppasse un dibattito su argomenti fondamentali tanto nella politica quanto nella vita sociale, in particolare in riferimento alla cosiddetta «questione sicurezza» e all' uso delle armi da parte dei privati cittadini. Ma a me, Micaela Merlino, tutto questo non interessa.

A me interessa solo di una cosa. Che da sabato sera non ho più un fratello. L' unico familiare che avevo. Da quella sera ho letto, con estremo e, fino ad ora, privatissimo dolore, parole assolutamente lontane dalla realtà che avevo vissuto fino a venerdì scorso. La famiglia della persona che ha premuto il grilletto ha più volte invocato un incontro con me, perché la famiglia di Alfredo Merlino ero solo io. Io avevo scelto la via meno facile, forse, ma più rispettosa della mia natura, ovvero il silenzio. Non mi è stato possibile. Mi sono quindi rivolta ad un legale che facesse da «filtro». Questo mi deve permettere di preservare la mia vita futura. Mio fratello non c' è più. Questa è l' unica certezza che ho ora.

Ma chi era mio fratello? Mio fratello era un ragazzone di quasi 1 metro e 90 che intorno ai 18 anni prestò il servizio militare negli Alpini fino a decidere di andare, volontario, in missione in Mozambico. Un ragazzone che si trovò poi a condurre una vita che non ho mai condiviso. Nel 1993 con mia madre scoprii che aveva accettato di conservare per un suo conoscente un' arma in casa nostra. Lui che le conosceva tanto bene e che sapeva come maneggiarle. Io e mia madre ne fummo spaventate. E non avemmo timore nell' andare a denunciarlo. L' arma venne trovata su nostra indicazione e lui condannato alla sua prima pena. Che venne scontata agli arresti domiciliari. Ma che non servì evidentemente a correggere la traiettoria di una vita sbagliata. Lui decise di andare via di casa. Si sottrasse al nostro controllo e si creò una vita da solo. Entrò nel tunnel angosciante della tossicodipendenza. Venne giudicato e condannato per altri reati. In nessun caso ha però mai fatto del male a nessuno. Non vi è traccia di violenza contro le persone nel suo casellario. Arrivò una condanna più corposa delle altre e si trovò a dover scontare oltre tre anni di carcere. Nel corso di questi tre anni perse la madre per un male incurabile e non poté partecipare ai funerali.

Nel mese di ottobre 2002 uscì di carcere e io decisi di accoglierlo nuovamente in casa. Cercai ancora una volta di fargli capire che la via intrapresa andava abbandonata. Qualche cosa sembrava essere cambiato in lui.
Gli trovai lavoro come magazziniere. Ma quel lavoro non durò a lungo. Ne aveva forse trovato uno nuovo ma che necessitava della patente di guida, che non aveva mai preso. L' ho quindi visto lavorare come cameriere per pagarsi la scuola guida. Per la prima volta l' ho visto studiare. Ma dentro di me non potevo fare altro che sperare che fosse tutto vero. Anche se la paura di vederlo tornare nel baratro l' ho sempre avuta. Ma era mio fratello e non potevo abbandonarlo.
Il 14 maggio ha preso la patente. Da quello che mi ha raccontato, il 15 maggio ha iniziato a lavorare. L' ho visto uscire di casa alle 7 di mattina per due giorni. Poi è arrivato il 17 maggio. Ed è accaduto ciò che è su tutti i giornali.

Io non so come siano andate esattamente le cose. E la mia fiducia nell' istituzione Magistratura è assoluta. Sono convinta che il lavoro degli inquirenti sarà preciso e coscienzioso. Ma so anche che altre figure istituzionali sembrano dimenticare che su quel marciapiede è finita la vita di un cittadino che ha sbagliato, più volte, ma che per ogni suo errore ha sempre puntualmente pagato e che non ha mai perso la sua dignità di uomo.
Una persona che ha condotto una vita che condanno e che ho sempre condannato. Ma anche una persona che era mio fratello. E per la quale ho cercato di fare sempre tutto quanto in mio potere per evitare che finisse così. Per la quale oggi non posso altro che chiedere giustizia. Non la giustizia di una vittima assoluta. Perché qui le vittime sono più di una. Ma la giustizia di chi ha sempre pagato, ma che questa volta ha dovuto saldare un conto troppo salato per il suo, pur ingiustificabile, errore.

Dentro di me sono convinta che in Alfredo, per quanto vi fossero mille difetti, non vi sia mai stata la volontà di uccidere nessuno. Cosa che lo ha spinto a non portare neppure con sé un' arma. Ma oggi queste sono solo congetture perché Alfredo non è più con noi. O meglio, con me. E questo non è un sollievo, come qualcuno ha scritto, ma solo un dolore.

Micaela Merlino sorella del rapinatore ucciso

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