Oggi tutti stanno discutendo sulla riuscita della manifestazione di ieri di Milano. Da mesi ci fratturano le gonadi con le perversioni sessuali del nostro premier, spacciando queste stupidaggini (e i litigi di comari fra i vari partiti e partitini) come l'alta politica.

Poi, distrattamente, ti avvisano che Marchionne è andato a trovare il governo per dirgli che lui ha le mani libere, che non gliene frega un accidente di quello che succede in Italia dal punto di vista sociale, ciò che importa è che la Fiat abbia le mani libere. Certo, investiremo (e qui il naso si allunga), ma solo se ci converrà.

Ovviamente, questa che è Politica, in quanto decisione sul modello di società, viene relegata nelle pagine interne, oppure nascosta in fumosi proclami sulla modifica dell'articolo 41 della costituzione (senza nient'altro aggiungere). Ma che c'è dietro a tutto ciò? Secondo me, l'unica questione di politica vera da anni a questa parte: si sta discutendo del ruolo del lavoro e dell'impresa nell'ambito della società.

Nell'articolo 41 un comma riecheggia il primo articolo della costituzione: la repubblica è fondata sul lavoro. Nel 41 si specifica che l'iniziativa privata è libera, ma deve avere un'utilità sociale. In altri termini, l'impresa ha ampia libertà, ma non può essere fine a sé stessa. La logica di fondo è che l'economia stessa deve essere al servizio della società, dell'uomo, e non il contrario. Il vento liberista (non liberale, che è tutt'altra cosa…) che ammorba il mondo da una trentina d'anni a questa parte invece pone come valore assoluto l'economia, e non la società. Se si tolgono le sovrastrutture fumose con le quali ce lo stanno propinando, e si guarda l'essenziale, si capisce subito che si tratta di un orrore pari alle ideologie naziste: la totale alienazione dell'organizzazione sociale dall'uomo. Non più l'economia al servizio, espressione della vita umana, ma l'uomo prono davanti a questo totem i cui diritti possono calpestare quelli dei cittadini.

Per sostenere questa visione ci spacciano la visione della società felice, del mulino bianco, piena di cose graziose e di bisogni artificiali, che la fantastica economia globale è in grado di soddisfare… Già, il mondo in rosa. Peccato che questo sia un sogno che, se proviamo ad analizzarlo seriamente, non ha un minimo di supporto razionale. La globalizzazione dell'economia è servita per abbassare il costo della mano d'opera inizialmente, ma soprattutto per allargare il mercato globale delle poche, grandi aziende monopoliste, in una rincorsa a nuovi acquirenti che possano assorbire il surplus produttivo. Cosa succederà alle popolazioni, non fa parte dei dati del problema, se non dal punto di vista della capacità economica di queste.
Si dirà: più soldi per tutti, di che ti lamenti? Io rispondo: ma siamo proprio sicuri che sarà così? Di sicuro, ed è evidente, alcune popolazioni del mondo andranno incontro a una diminuzione globale delle loro capacità economiche (sto parlando del mondo occidentale…). Le popolazioni in via di sviluppo avranno quel tanto che basta per partecipare ai nuovi mercati. Tuttavia, le risorse globali non sono infinite, né sono infiniti i mercati. In sostanza, il liberismo prospetta una struttura economica molto simile alle catene di marketing piramidale, che fa la fortuna di chi sta in cima, e la rovina di chi sta in fondo…

Ovviamente, ragionare su questi punti potrebbe essere pericoloso. Per cui, ben vengano le pruderies sulle trombate di Berlusconi o sulle azioni da magliaro del Fini-cognato. Mettiamoci pure sopra un po' di sano reality, tette e culi ben spalmati, et voilà, la fregatura è servita!

Ci dicono che quando c'erano le ideologie il mondo era schematico. Certo, le ideologie erano schemi interpretativi, ma non pensate che le ideologie siano sparite. Che è il liberalismo, infatti? Una serie di assiomi indimostrati ed indimostrabili, e una concenzione da paura della società.

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